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Garry Winogrand, da Women Are Beautiful, 1975,

 

Il naufrago delle immagini

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Garry Winogrand, World’s Fair, New York City, 1964. The Estate of Garry Winogrand, g.c.

Garry Winogrand, World’s Fair, New York City, 1964. © The Estate of Garry Winogrand, g.c.

Quando Garry Winogrand morì prematuramente, nel 1984, a soli 56 anni, nel suo studio di Tijuana lasciò 2500 rullini fotografici non sviluppati, altri 6500 sviluppati ma non stampati, e altri 2000 stampati su provini ma non selezionati. Per un totale di oltre trecentomila scatti, un magma di creatività informe che mandò in crisi gli eredi, i critici, i curatori.

Che fare di quella massa di immagini d’autore ma non “autorizzate”? Considerarle meri abbozzi di lavoro, utili solo ai filologi, o tentare di metterci le mani nella speranza di scoprire qualche capolavoro inedito di uno dei più destabilizzanti, inclassificabili, affascinanti street-photographer della storia?

Ma questo è il problema con Winogrand, che la parola capolavoro con lui non ha senso. Che il suo fotografare compulsivo, bulimico, esagerato, non terminava con la produzione di un oggetto estetico perfetto. È stato il perfetto anti-Cartier-Bresson. La sua opera è tutta insieme la sua opera.

Certo, anche lui fece dei libri, delle mostre, dunque dovette scegliere, selezionare, distinguere, trovare un ordine e un senso nella sua vorace raccolta di «frammenti del mondo reale», come li definì il suo scopritore, il guru fotografico del MoMa John Szarkowski che lo lanciò nel ‘67 in una celebre mostra in trio con Diane Arbus e Lee Friedlander.

Ed anche per allestire la grande retrospettiva che gli ha appena dedicato il MoMa di San Francisco (in arrivo anche a Parigi fra un anno) l’amico e curatore Leo Rubinfien ha dovuto e potuto fare una scelta nella “tremenda sfida” del suo immenso archivio.

Del resto sembrano esistere una direzione, un progetto, alcune tematiche ricorrenti, nelle sue prime opere. Gli piacciono le donne (Women are Beautiful, 1975), le automobili, i bambini, va a caccia dell’incongruo, del grottesco nel quotidiano teatro di strada delle relazioni umane, scopre le ironiche affinità fra uomini e bestie (The Animals, 1969), sembra a volte pendere verso l’analisi del paesaggio sociale (Public Relations, 1977), come nella fulminante istantanea di quella lunga panchina in cui sembrano essersi date appuntamento tutte le energie giovanili della società americana.

Ma quando cerchi di definire uno stile Winogrand, un’estetica, una poetica Winogrand, ti ritrovi sempre, deluso, a stringere un pugno d’aria. Winogrand non è una tematica, non è un’estetica, anche le sue provocazioni stilistiche (orizzonti pendenti, primi piani sfocati, composizioni caotiche) erano già state tutte sperimentate un decennio prima di lui dal suo grande mito, Robert Frank.

Winogrand non fotografa il mondo. Fotografa l’atto di fotografare il mondo. Fotografa il mondo che si mostra alla macchina fotografica. Fotografa «per vedere come appare il mondo quando è stato fotografato», come suona il suo aforisma più famoso, tanto ripetuto dai fotoamatori quanto incompreso.

Winogrand si getta nel mondo come un esploratore nella giungla, come un pescatore sull’oceano, raccoglie reperti, getta la rete della sua Leica con grandangolare, porta a casa un carniere bruto pieno di cose da decifrare poi. Da farsi decifrare, da farsi raccontare.

Digiuno di tecnica, Winogrand (direbbe Franco Vaccari, grande teorico della fotografia come protesi della conoscenza) chiede alla sua fotocamera di fargli vedere quel che non conosce. Accompagna la sua fotocamera in giro per il mondo, servizievole come uno chaperon, chiedendole in cambio la cortesia di spiegarglielo.

Garry Winogrand, da Women Are Beautiful, 1975,

Garry Winogrand, da Women Are Beautiful, 1975, © The Estate of Garry Winogrand, g.c.

Chi lo vide in azione, come il suo grande amico e compagno di esplorazioni Joel Meyerowitz, lo racconta così, con divertito affetto: un «corpulento e sciatto», taciturno, quasi sgarbato camminatore instancabile sui marciapiedi di New York, a caccia di corpi in azione, con un istinto percettivo affamato e sicuro, consapevole di un limite: «so cos’è quel che vedo, ma cosa significa?».

La fotografia gli serve per trovare quel che non cerca: «quel che so già, mi annoia». E per tornare a casa, una casa dove «gli scatoloni di foto alla rinfusa arrivavano fino al soffitto» con montagne di reperti misteriosi, da decifrare, da afferrare a manate, a pacchi, «mi diceva: guarda anche queste, e me ne porgeva un centinaio».

via Il naufrago delle immagini – Fotocrazia – Blog – Repubblica.it.

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